La pillola per ogni Problema: troppe malattie inventate.

PATRIZIA FELETIG


Avete sentito parlare di disturbo d’ansia sociale, disfunzione erettile, disforia premestruale, sindrome delle gambe senza riposo, iperattivismo giovanile? L’industria ha pronto un trattamento per ciascuno. Trasformare i malesseri in malattie è l’accusa rivolta alle case farmaceutiche che punterebbero aggressivamente ai sani. La rivista medica online PloS Medecine (http://medicine.plosjournal.org) ha dedicato un dossier, anticipando un convegno sul tema tenutosi in Australia, al disease mongering, termine coniato da Lynn Payer nel 1994 per definire questo fenomeno: vendita di malattie o malattie da commercio. E’ la medicalizzazione di indisposizioni routinarie e dei naturali alti e bassi della vita quotidiana. Una tendenza in crescita secondo Ray Moynihan e Alan Cassels, autori di I farmaci che ammalano. Creare i bisogni è il paradigma del marketing che si applica tanto per una merendina quanto per una molecola. La filosofia di base è aumentare lo spettro delle patologie per moltiplicare diagnosi e prescrizioni.
Il metodo aveva già fatto la fortuna del Dottor Knock, il personaggio uscito dalla penna di Jules Romain: ogni individuo sano che entrava nel suo studio ne usciva malato e pronto a pagare qualsiasi cifra per guarire. Come le multinazionali farmaceutiche riescano a convincere il soggetto sano a trasformarsi in malato e incitarlo a consumare medicinali lo spiega Jorg Blech in Gli inventori delle malattie. Esempio di creazione di patologia è la disfunzione sessuale femminile ossia la mancanza di orgasmo, problema del 40% delle donne americane ma patologia non riconosciuta. «Si sono organizzati convegni e iniziative divulgative per misurare questa disfunzione allo scopo di innescare le sperimentazioni cliniche. Si è ricorso a dei questionari basati però su domande che attengono più alla sfera emotiva che patologica», spiega Roberto Raschetti, responsabile della farmacovigilanza all’Istituto Superiore di Sanità. Più che invenzione di malattie, si tenta l’allargamento dei confini del trattamento farmacologico. Come l’utilizzo di psicofarmaci su bambini che soffrono del deficit di attenzione da iperattività, patologia che esiste da anni ma con una frequenza bassissima: si estende allora la terapia a dei bambini semplicemente vivaci. In Australia negli anni 90 il numero di bambini ai quali si prescrivono farmaci a base di metilfenidato si è decuplicato. «Negli Usa milioni di alunni sono sotto farmaci per aumentarne le prestazioni scolastiche», dice Raschetti.
Altra strategia è intervenire sull’insorgenza del fattore di rischio. La preipertensione interessa chi presenta dei valori di pressione a partire da 120/80: è considerato esposto al rischio di sviluppare l’ipertensione, ma per gli specialisti il 90% degli anziani ne soffre. «Con la nostra alimentazione e stili di vita siamo tutti esposti a vivere situazioni stressanti. Abbassare la soglia dei valori allarga moltissimo il mercato senza ridurre l’incidenza delle malattie cardiovascolari. Invece di curare con scrupolo le persone che sono veramente ipertese, si preferisce curare tutti», spiega Marco Bobbio, cardiologo alle Molinette di Torino. C’è poi l’uso delle sperimentazioni cliniche al rovescio: si cerca di dimostrare che il farmaco sia efficace per una patologia, anziché creare il background che giustifica i test. Se il marketing è un’arma delle aziende, sono i medici che assecondano le aspettative dei pazienti edotti delle campagne delle case farmaceutiche. Per stabilire un legame tra malattia e farmaco si interviene su disturbi individuabili: stipsi, calvizia, sindrome premestruale, perdite di memorie. Si architettano imponenti campagne di consapevolezza e sono le persone che per rassicurarsi chiedono queste terapie non solo spesso inutili ma a volte dannose. Il trattamento ormonale sostitutivo accresce il rischio di crisi cardiaca nelle donne, e ci sono poi le accuse agli antidepressivi di creare pensieri suicida nei giovani. Oltre al rischio di farmaco e al danno psicologico su una popolazione che si sente malata, il disease mongering provoca una distorsione delle risorse sanitarie. Secondo l’ultimo rapporto dell’ISS sull’uso dei farmaci in Italia negli ultimi 5 anni il ricorso a terapie farmacologiche è aumentato del 35%.

Affari & Finanza 7-6-06